Visualizzazione post con etichetta riflessioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta riflessioni. Mostra tutti i post

giovedì 20 novembre 2014

Conoscete Ravachol? Anarchico, bombarolo e profanatore di tombe

Ravachol

François Koenigstein, al secolo Ravachol, muore ghigliottinato a Montbrison l'11 luglio del 1892 dove è tuttora custodita la sua tomba.

Perché parlarne ora? Perché rievocare quello spettro che terrorizzò la Francia a iniziare dal 1886 quando a Varizellecommise il suo primo efferato omicidio assassinando un oste a colpi d’ascia per mettere a segno una rapina?
Perché a poco più di un secolo da quel travagliato periodo della storia le condizioni sociali ripresentano un quadro che potrebbe riprodurre simili forme di estrema ribellione.
Ravachol è forse uno dei personaggi più noti nella galassia anarchica più radicale, sicuramente uno tra i più cruenti e determinati tanto da rimanere negli annali della storia libertaria come un duro e puro della rivoluzione, un antieroe che nel tempo ha ispirato altri emulatori. ...continua a leggere

sabato 30 agosto 2014

Wounded Knee, storia attuale di un massacro passato

29 dicembre 1890, quasi 300 indiani Sioux venivano massacrati sulle rive del fiume Wounded Knee. Ora gli stessi autori del massacro vogliono portare la pace nel mondo con le armi

Woundeed_Knee
28 dicembre 1890, 350 indiani della tribù Sioux dei Miniconjou, guidati da Big Foot, appresa la notizia dell'assassinio di Toro Seduto, si mettono in cammino sotto la neve per recarsi a Pine Ridge, Sud Dakota, nel tentativo di ricongiungersi a Nuvola Rossa. E' l'ultimo atto della rivolta indiana, quello che passerà alla storia come il “massacro di Wounded Knee
In quel fatale 28 dicembre gli indiani vengono intercettati da 4 squadroni di cavalleria del Settimo Reggimento guidati dal maggiore Samuel Whitside con l'ordine di condurli in un accampamento situato sulle rive del fiume Wounded Knee, tra di essi 230 sono donne e bambini.
Una volta scortati sul posto vengono fatti accampare sotto la sorveglianza di due squadroni di cavalleria e posti sotto il tiro di due mitragliatrici pesanti.
Il 29 dicembre il colonnello James Forsyth dà l'ordine ai suoi uomini di disarmare i nativi, ma a quel punto accade l'irreparabile: Coyote Nero è un giovane Miniconjou con problemi di udito, tarda a capire l'ordine imposto dalle Giacche Azzurre e viene prontamente circondato dai soldati, mentre depone a terra il suo Winchester parte accidentalmente un colpo ed è il massacro: a quel colpo di fucile rispondono le due mitragliatrici appostate ai lati del campo. Il primo bilancio delle vittime parlò di 153 morti, ma una stima successiva dimostrò che dei 350 indiani Miniconjou quelli rimasti vivi erano solo 51, 4 uomini e 47 tra donne e bambini. Nella violenta sparatoria rimasero a terra anche 25 confederati, probabilmente vittime del “fuoco amico”

Quel massacro segnò la fine delle rivolte indiane e sancì la piena occupazione degli americani di un territorio che da secoli apparteneva ai nativi.
27 febbraio 1973, circa 200 indiani Sioux, eredi di quelli massacrati a Wounded Knee, decidono di asserragliarsi nella riserva di Pine Ridge per protestare contro le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere dal governo degli Stati Uniti, anche in questo caso tra di essi la presenza di donne e bambini è numerosa. I Sioux, con l'appoggio dell'American IndianMovement, dissotterrano le pipe di guerra, piazzano le tende intorno alla chiesa e allestiscono bunker improvvisati in vista della resistenza. La “cavalleria” infatti non tarderà ad arrivare: mezzi blindati, elicotteri e tiratori scelti della polizia federale ancora una volta cingono d'assedio Wounded Knee. 71 giorni durò la resistenza dei Sioux, durante i quali si autogovernarono secondo i riti e le tradizioni della loro cultura, ma il 10 maggio furono costretti, ancora una volta, a sottomettersi alla volontà dell'uomo bianco il quale prometteva un'inchiesta da parte del Senato sulle problematiche della loro popolazione Nulla di fatto: così come tradirono il trattato di Fort Laramie del 1868 ripetutamente infranto dagli stessi americani, alla stessa maniera l'impegno preso con i Lakota è rimasto lettera morta.
Ora gli stessi americani varcano l'oceano per difendere le minoranze religiose di altri paesi con un fardello di sterminio addosso che non si può, e non si deve, dimenticare

mercoledì 25 giugno 2014

La maledizione dei Mondiali

La_maledizione_dei_mondiali

Subita la sconfitta dei Mondiali ritorniamo tutti con i piedi per terra, un evento che voleva celebrare la festa dello sport alla fine si è rivelato una vera maledizione.

Sembrava un sogno quella vittoria contro l’Inghilterra: niente divisioni politiche, nessuna distinzione tra nord e sud, gli 80 euro spesi in birre e patatine. La crisi economica, la disoccupazione… cose insignificanti in quei momenti di euforia: eravamo tutti italiani orgogliosi di esserlo! Ieri però quel sogno fantastico si è spento negli occhi di Ciro Esposito,

lunedì 23 giugno 2014

Le parole di un prete: “Convivenza civile più grave dell'omicidio” mettono la chiesa in imbarazzo

Convivenza_civile“Convivenza civile più grave dell’omicidio” e la chiesa si affretta a chiedere scusa ai fedeli per la “strana” affermazione di don Tarcisio vicario

Ancora non si è spenta l’eco delle polemiche sull’infelice uscita delprefetto di Perugia, Antonio Reppucci che ecco un altrettanto discutibile esternazione, questa volta da parte di parroco, fa gridare allo scandalo: “La convivenza civile è più grave dell’omicidio”, queste le parole scritte su un volantino distribuito alle famiglie diCameri, provincia di Novara, firmate da  don Tarcisio Vicario

venerdì 23 maggio 2014

L'Europa non fornisce più il ”three drug cocktail”? Tranquilli, c'è sempre la cara, vecchia, sedia elettrica

A poco meno di un mese dall'esecuzione di Clayton Lockett, quando il famigerato ”three drug cocktail” fallì il suo scopo, il Tennessee annuncia il ritorno alla sedia elettrica

Sedia-elettrica
Il 29 aprile scorso in un carcere dell'Oklahoma è stato giustiziato Clayton Lockett per aver rapita, stuprata e sepolta viva una giovane donna, ma la sua esecuzione ha turbato le coscienze degli americani e ha fatto il giro del mondo: l'iniezione letale infatti non ha fatto effetto subito e l'uomo si è spento dopo lunghissimi minuti di agonia. Naturalmente anche il presidente Obama non ha potuto evitare di commentare il fatto e nelle sue dichiarazioni ha anche ammesso come alle volte la pena di morte, significativamente, possa essere legata a problemi di ordine razziale quando addirittura non sia stata eseguita su soggetti poi risultati innocenti.

Ci si aspettava quindi che l'opinione pubblica americana riaprisse il dibattito sulla controversa questione della pena capitale, ma la lezione di oggi è una vera e propria mazzata: nello Stato del Tennessee, viste le sempre maggiori difficoltà nel reperire il mix di sostanze per produrre le iniezioni letali, grazie al boicottaggio delle case farmaceutiche europee, il famigerato”three drug cocktail” (un sedativo, un paralizzante ed un farmaco letale) si è deciso di tornare al vecchio sistema della sedia elettrica mentre nel Wyoming è in esame un progetto di legge per la reintroduzione della fucilazione.

In Italia, per fortuna, il problema non esiste anche se, visti i toni sempre più aspri di questi giorni nell'ambito della campagna politica per le elezioni europee, vista la virata a destra della Francia di Marine Le Pen, e visti anche i ventisecessionisti e intolleranti di alcune zone del nord (non soccorrere gli emigranti in navigazione equivale a condannarli a morte e, se nel caso di Clayton Lockett si trattava di un brutale, criminale assassino, tra coloro che attraversano il mare nel tentativo di sfuggire alle guerre e alla fame ci sono molti bambini innocenti) non si può escludere nulla a priori. Resta però una sottile inquietudine nel pensare che, date le difficoltà oggettive nel procurarsi i farmaci adatti per confezionare il famigerato ”three drug cocktail”, i 32 Stati americani che ancora prevedono la pena di morte non esitino a far ricorso a sistemi ancora più barbari come la sedia elettrica e la fucilazione. Il lodevole impegno dell'Europa nel boicottare gli Stati Uniti in realtà ha rivelato il suo effetto boomerang: pur di uccidere un condannato a morte si può ricorrere a tutto. Terminate le cartucce o in caso di black out perché non darli in pasto ai leoni?

mercoledì 7 maggio 2014

Il significato della fede si è perso in un colpo di pistola sparato nel nome di Dio Pallone

Se la fede nel calcio provoca quello che abbiamo visto in questi giorni sarà il caso di pensare ad un cauto agnosticismo

la_fede_in_chiesa
La fede è definibile come l'adesione a un messaggio o un annuncio fondata sull'accettazione di una realtà invisibile, la quale non risulta cioè immediatamente evidente, e viene quindi accolta come vera nonostante l'oscurità che l'avvolge. La fede consiste pertanto nel «ritenere possibile» quel che ancora non si è sperimentato o non si conosce personalmente. Questo è ilsignificato che dà Wikipedia alla parola fede, sicuramente potranno esserci altre interpretazioni dello stesso concetto, ma non potendo considerarle tutte nell'insieme, atteniamoci a questa che, in fondo, è la prima voce in assoluto che compare trai i risultati di un motore di ricerca. Senza fare nessuna ironia, immediatamente a seguire troviamo Emilio Fede

La fede dunque, sta alla base di qualunque religione, è l'accettazione di un fatto “a prescindere” da qualunque logica o dimostrazione e nulla può distogliere il credente dalle sue convinzioni. Non c'è nulla di male in questo, salvo nei casi in cui diventa fanatismo. La filosofia, per quanto affronti spesso argomenti altrettanto “invisibili”, lo fa con un approccio razionale, la filosofia vuole “dimostrare” un concetto attraverso un ragionamento logico; al massimo può contribuire alla nascita di una corrente di pensiero o ad un'ideologia, ma la fede nel calcio (o in qualsiasi altrosport) cos'è? Da quale profondo travaglio spirituale nasce la decisione di essere genoano anziché atalantino? Quale illuminazione? Quale premio aspetta il tifoso quando passerà nell'altra vita?

Questo bisognerebbe chiederlo a chi va allo stadio armato di spranghe e bombe carta o meglio a chi ci va con la pistola pronto a reprimere la vita di chi non condivide la sua stessa fede, magari col permesso di Gerry “a carogna” a cui lo Stato, in cambio di 5 anni di Diaspo (sembra il nome di un medicinale lassativo) ha regalato l'immortalità mediatica internazionale e una maggiore autorità tra i suoi fedeli. Se la parola “fede” viene sdoganata così facilmente, se anche la stampa, sempre alla ricerca di parole e concetti coloriti, accetta di usarla per motivare l'esaltazione di quello che semplicemente è tifo allora è bene ricordare ancora una volta: “La fede è definibile come l'adesione a un messaggio o un annuncio fondata sull'accettazione di una realtà invisibile, la quale non risulta cioè immediatamente evidente, e viene quindi accolta come vera nonostante l'oscurità che l'avvolge. La fede consiste pertanto nel «ritenere possibile» quel che ancora non si è sperimentato o non si conosce personalmente”.

lunedì 5 maggio 2014

India, bambina stuprata da un prete cattolico. La frase di Cristo aveva un significato diverso

Una bambina di 10 anni è stata stuprata da un prete prima della comunione. Forse aveva interpretato male le parole di Cristo?

Cartaz_pedofilia_by_jjneto-d4vy31u
Una storia che lascia ferite nell'anima: una bimba di appena 10 anni è stata stuprata dal prete cattolico che avrebbe dovuto celebrare la sua comunione con Dio. L'episodio è avvenuto nello stato meridionale del Kerala. Con il preteso di fare provare alla bimba il vestito della prima comunione il 44enne sacerdote Raju Kokkan, ha attirato la giovane vittima nella propria abitazione ed ha abusato della sua innocenza. E' stata la madre della piccola a denunciare il fatto alla polizia così il prete-orco è stato rintracciato presso la casa di alcuni conoscenti a Nagercoil, nel vicino Tamil Nadu, dove sperava di sfuggire alla giustizia. Secondo la polizia il sacerdote, che prestava servizio presso la chiesa di Thaikkattusery, non era nuovo a tali “prodezze” e pare che l'uomo avesse già abusato in precedenza della giovane vittima e che le aveva scattato delle foto di lei nuda con in mano un telefonino.

Fin qui la triste, squallida cronaca di un ennesimo abuso ai danni di un innocente inasprita dal fatto che a compierlo sia stato un uomo di chiesa e allora ci si chiede provocatoriamente: sono forse state travisate le parole di Cristo quando dice: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso. E prendendoli fra le braccia e imponendo loro le mani li benediceva” (Matteo 18-14)? No, siamo abituati a notizie di questo tipo e in fondo non ci meravigliamo più di tanto, del resto, anche nel nostro Paese episodi simili fanno parte della quotidianità, meno eclatanti forse, ma non meno brutali se la cronaca quotidiana spesso ci riferisce di abusi sulle donne, baby squillo e una pedofilia diffusa nella chiesa che si è combattuta solo a parole.

Ben altro intendeva Cristo con le sue parole: “Lasciate che i bambini vengano a me” non era certo un adescamento, ma un invito a rendere partecipi i fanciulli di una spiritualità che spesso gli adulti comprendono solo per comodo. Le due domande che vengono spontanee nell'apprendere di questo episodio sembrano ormai retoriche: perché un uomo di cui si conoscevano già le tendenze malsane è stato lasciato a guidare il “gregge” di quella parrocchia? E perché, se già i fatti erano noti, la madre ha lasciato andare sola la bambina? Forse la risposta è più semplice di quanto non sembri: agiamo guidati solo dalle consuetudini, finché tutto scorre tranquillo non ci sogniamo neanche di cambiarle, in fondo, anche se quell'uomo, come sapevano tutti, era un orco, era pur sempre un prete e tanto bastava... fino a che non ha azzannato la preda. P.S. L'autore di queste righe rivendica il suo più completo ateismo

giovedì 3 aprile 2014

Polemica e critica d'arte, alcuni punti in comune che mi piace notare

Altro è produrre un'opera altro il giudicarla, altro è esprimere un pensiero altro il criticarlo

Polemica_e_critica_d'arte
E' strano che tra le varie professioni esista quella del critico d'arte, che cosa fa di preciso e a quale titolo? E' forse uno che ha studiato storia dell'arte ed ha imparato a confrontare opere diverse trovando tra di esse l'algoritmo (parola molto di moda in questi tempi) che le accomuna o che le differenzia? E' colui che ci dice come apprezzare un quadro, una scultura, una musica o qualsiasi opera d'arte solo perché ne ha viste molte, sa dirti il nome dell'autore, la data della realizzazione, il contesto sociale? Hummm! Mi pare troppo poco, addirittura sbagliato nei termini essenziali. E' come se un'opera possa acquistare valore artistico solo se viene apprezzata dalla critica, ma non è la critica stessa che ha modo di esistere solo perché ci sono artisti? In fondo il “commentatore” d'arte è pagato anche per recensire le bruttezze (a suo parere) o sbaglio?

E' come la polemica: essa nasce dalla contraddizione di una cosa affermata, senza un pensiero dichiarato non potrebbe esistere: non si può polemizzare sul “niente” eppure è sempre di gran voga forse perché una cosa facile e alla portata di tutti, quello che è difficile è proporre un concetto originale e, si sa, l'originalità spesso va contro corrente ed ecco che qualcuno prende la parola per seminare “se” e “ma”.

In fondo tutto è perfettibile, dai primi graffiti rupestri e tamburi fatti dai tronchi cavi l'umanità è passata attraverso, Giotto, Michelangelo, Leonardo, Mozart, Bob Dylan, Cesare Balla, Boccioni, ora sostituisce liuti, subbie e pennelli con strumenti elettronici, ma in fondo, l'arte e la creatività rimangono le stesse, un modo del tutto personale per interpretare la vita e allora nessun critico potrà convincermi che che è impossibile che una giornata di pioggia mi possa rendere felice e il polemico dovrebbe solo tacere, non giudicare il mio pensiero, ma offrirmene uno nuovo

giovedì 27 marzo 2014

Critica dell'esame di coscienza, una maniera subdola per auto-assolversi

Molti, prima di prende sonno, hanno l'abitudine di fare l'esame di coscienza, ma cercano solo l'assoluzione per se stessi.

Esame_di_coscienza
Mi attirerò molte critiche con questo post e in fondo me lo auguro, del resto nasce come spunto di confronto, non di polemica. Voglio parlare dell'esame di coscienza, chi, almeno una volta nella vita, non si è sentito obbligato a farlo? Io stesso tante volte, quando ho sentito di aver fatto qualcosa che usciva dal canale delle regole, mi sono soffermato sui motivi di quella decisione ponendomi 1000 domande sulle ragioni di uno sbaglio, scavando con le unghie nel profondo di me stesso, quasi a farmi male. Cosa ne ho tratto fuori dopo tanto crudele lavoro? Mi sono dato delle spiegazioni, mi “sono capito” e, in fondo, alla fine mi sono auto assolto con la semplice promessa di stare più attento in un domani e ho chiuso gli occhi con la coscienza tranquilla.

Eppure, nel corso della vita, mi sono accorto di essere lo stesso ricaduto inevitabilmente negli stessi errori e allora mi sono domandato: a cosa era servito quell'esame di coscienza? La risposta è al tempo stesso banale e umanamente drammatica: ho esaminato sì la mia coscienza, ma nei panni dell'avvocato difensore, non ho cercato i miei difetti bensì le motivazioni che mi hanno spinto ad un comportamento che in fondo è insito nella mia natura esclusiva di individuo.

Ma la critica, se porta solo a distruggere qualcosa, è sterile e distruttiva, la critica deve suggerire alternative, sostituire un concetto diventato vecchio e inutile con uno nuovo e allora ho smesso di fare esami di coscienza prima di andare a letto, è solo un'abitudine come lavarsi i denti per togliere le impurità del cibo, i denti restano come resta la coscienza allora do una rapida occhiata alla giornata trascorsa, considero il presente e mi addormento sereno pensando a cosa potrò fare domani per quello che sono.

sabato 22 marzo 2014

Gli uomini, i soldati e la necessità di disobbedire agli ordini

Essere uomo o essere soldato? A volte disobbedire agli ordini è un esigenza di libertà

Uomini_e_soldati
 Sia ben chiara una cosa come premessa: non considero male tutti coloro che indossano una divisa, pure i postini ce l'hanno e se si vuole anche io quando vesto la tuta da ebanista e pure i preti, il problema è chi c'è sotto quei panni: uomini o soldati? Nella storia e nella vita ci sono stati uomini che hanno fatto grande l'umanità perché guidati da uno spirito di scoperta e di ribellione alle consuetudini (ribellione non sempre ha un'accezione negativa!), uomini che hanno scelto di disobbedire agli ordini, uomini che hanno fatto del loro individualismo una bandiera, ma mai sacra perché consapevoli che ogni scoperta genera cambiamenti, uomini che si sono messi in gioco.
Da contro, però ci sono uomini che hanno paura, paura dell'ignoto, paura del pensiero. Questi uomini non sono cresciuti se non nei muscoli, perché hanno semplicemente sostituito la mamma con il superiore e il superiore con l'appartenenza a ideali di lotta e di battaglia, proprio come quando noi eravamo bambini e giocavamo alla guerra con le pistole giocattolo. Ora non fanno più 'boom' solo con bocca, uccidono davvero bambini veri
La loro scusa è che eseguono un ordine e, si sa, gli ordini non si discutono. Quando tornano ai loro accampamenti cantando inni marziali hanno lasciato la loro coscienza sui campi di battaglia e l'umanità più povera. Tutti insieme nella stessa camerata a respirare la stessa puzza di sangue, di piedi e di sudore pensano con orgoglio a quando mostreranno i loro trofei e le loro imprese quando torneranno a casa, sempre se torneranno a casa. Da qualche parte in soffitta ho una scatola di scarpe dove conservo i soldatini della mia fanciullezza, li conservo tutti insieme perché hanno paura del buio, ma ora sono diventato uomo e ho imparato che la vera forza sta nel proprio cuore e nella propria umanità e chi ha deciso, per mestiere, di uccidere e obbedire, per favore, non mi parli di orgoglio, quello è una cosa da grandi!

venerdì 21 marzo 2014

Politica e religione: convinzione, fede o semplice fanatismo?

Qual'è la linea che separa la politica dalla religione? Convinzione e fede accomunate dal fanatismo?

Politica_e_religione
I più grandi aggregatori sociali di sempre sono stati la politica e la religione, la prima basata sulla convinzione individuale, la seconda sulla fede. La politica nasce dall'esigenza di dare un organizzazione razionale alle faccende umane, genera leggi, norme, compromessi, il tutto in continua evoluzione: uno stato sociale può essere sempre perfettibile e così nascono nuove teorie che danno origine a dottrine soggette ad esaurirsi nel tempo di pari passo con l'evoluzione che esse stesse generano. Altro è la religione che basa i suoi precetti su dogmi indiscutibili e immutabili, senza la fede essa non avrebbe modo di esistere.

Apparentemente, quindi, politica e religione sono due modi opposti per approcciarsi al vivere comune, uno strettamente razionale e soggetto a cambiamenti e l'altro immutabile, indimostrabile e quindi non confutabile, non esistono vie di mezzo: la fede o si ha o non la si ha. Chiarissimo... apparentemente, perché non è esattamente così: molto spesso politica e religione, convinzione e fede sono accomunate da un intollerabile fanatismo. Pensiamo alle guerre combattute in nome della fede, ora condanniamo l'estremismo islamico, ma dimentichiamo la nostra guerra santa e vediamo come ancora politica e religione convivono sotto ideali comuni: imporre una fede nel nome di una convinzione politica, ne sanno qualcosa israeliani e palestinesi.

Forse che noi ne siamo immuni? Anche no visto che molti partiti dell'area cosiddetta occidentale si ispirano dichiaratamente a ideali cattolici o cristiani, persino protestanti. Anche no visto che movimenti di massa come Forza Italia e il Movimento 5 Stelle si basano più che su convinzioni discusse, sulla figura di un leader. Berlusconi, indagato e processato, interdetto dai pubblici uffici resta saldamente alla testa del partito e pensa di continuare la propria dinastia facendosi sostituire da un parente; Grillo che opera epurazioni al movimento infastidito dalla dissidenza. Non mi si venga a dire che bisogna provare, che la democrazia è in mano nostra, nelle nostre scelte. Fintanto che politica e religione, convinzione e fede saranno unite da tanto fanatismo, io mi terrò da parte per non sentirmi complice.

giovedì 20 marzo 2014

Cronaca, notizie e freddo interiore. Breve confessione di un disagio

Scrivere di cronaca e mantenere un tono distaccato, ricercare notizie e convivere con un disagio

Cronaca_e_freddo_interiore

Una cosa è leggere o ascoltare una notizia, ce ne sono molte e spesso ne prendiamo solo atto, altra cosa è invece scriverle, ricercare le fonti, approfondirle. Mi occupo di attualità, lungo il sottile confine con la cronaca, il mio compito è comunicare, fare sapere, informare e spesso mi imbatto in storie che non vorrei conoscere e che invece devo eviscerare per poterle mettere in rete e finisce inevitabilmente che ne faccia parte. Si, anche se si cerca l'obiettività non si può fare a meno di soffermarsi sui personaggi di cui si scrive: si entra nelle loro vite, si conoscono i retroscena, i drammi che vivono o hanno vissuto e si capisce con occhi diversi, forse con un pizzico di empatia che non dovrebbe influenzarti, ma lo fa. Le vittime dei naufragi non sono numeri da raccontare, sono vite strappate all'esistenza, sono nelle lacrime di chi è sopravvissuto. Notti fa una giovane donna è stata uccisa dall'ex fidanzato, ho scritto un pezzo, ma non riuscivo a fare a meno di raffigurarmi i due protagonisti: lo stupore di quella ragazza che ha aperto la porta senza sapere che dietro di essa c'era una morte irreale; quel giovane assassino che dopo averla vista morire si è puntato la pistola alla testa. Che cosa è passato per le menti di questi due protagonisti di una recita folle? Paura? Angoscia? Confusione? O solo la voglia che nulla fosse successo, che quella situazione fosse solo irreale? Non lo so, so solo che quando scrivo di quelle vite spezzate qualcosa di loro mi rimane dentro e provo un certo disagio nel constatare che quella cronaca ha un prezzo in denaro

mercoledì 19 marzo 2014

Lettera di un anarchico a Papa Francesco

Alle volte cose simili si esprimono in modo diverso ecco perché un anarchico scrive a Papa Francesco

Lettera_di_un_anarchico
Ciao Francesco,
forse questa lettera ti sembrerà inusuale, o forse no, ma è da molto tempo che la tenevo dentro ed è arrivato il momento di scriverti, magari non la leggerai mai, una fra tante, ma in tutta coscienza il semplice fatto di essermi deciso mi fa stare bene.
Innanzitutto mi presento: mi chiamo Francesco anche io e sono un giovane di 53 anni, mi piace vivere, mi piace scrivere e mi piace la gente e... sono un anarchico, ateo, iconoclasta e anticlericale.
Date queste premesse ti sarà evidente il fatto che queste poche righe sono assolutamente prive di interesse, non voglio intercessioni né benedizioni, tutt'altro: voglio solo testimoniarti la grande stima di una persona che non la pensa come te. Secondo me non è importante cosa si dice, il mondo è pieno di inutili chiacchiere e vane promesse, importante è quello che si fa nel quotidiano e ammiro molto il tuo esempio. Ho avuto un passato burrascoso, mi sono formato le mie idee e ho sempre preteso di pagare in prima persona per gli sbagli che ho commesso, ne sono uscito sempre a testa alta e questo mi ha insegnato che si impara più da un avversario leale che da un falso amico e devo ammettere che in questo anno di pontificato hai espresso concetti molto interessanti, direi alle volte rivoluzionari. Non posso fare altro che ammirarti, tutto sommato, io nel mio piccolo di uomo qualunque e tu sul trono di Pietro, anche se in maniera diversa, desideriamo cose simili: la pace e la concordia. Certo sarebbe davvero piacevole scambiare due parole con te, ma mi accontento solo di farti sapere che il tuo agire ha raccolto l'attenzione di un ateo che ascolta con rispetto e che (non ci ridere!) alle volte ha preso le tue difese andando contro corrente, ma ti assicuro che non sono il solo.
Non rappresenti i miei ideali, ma rappresenti quello che intendo per umanità e ti rinnovo la mia stima. Prenditi cura di te.
Con amichevole affetto Francesco

domenica 16 marzo 2014

Il pericolo della coerenza ovvero il rischio di costruirsi una trappola

Non sempre la coerenza è sinonimo di affidabilità, alle volte può generare il fanatismo

Coerenza
Senza dubbio alcuno essere considerati coerenti è un tratto distintivo positivo per un individuo, una persona coerente è considerata affidabile, si può essere certi che manterrà fede agli impegni e alla parola data, è destinata a fare carriera tanto nel lavoro (qualunque esso sia) quanto nella vita, ma proviamo a guardare la cosa sotto un'altra angolazione: il concetto di coerenza è assoluto? Quando una persona ha diritto a fare un passo indietro?

Vediamo alcuni esempi: Paolo (o Saulo) di Tarso. Ebreo ellenizzato era avverso alla chiesa cristiana. Un giorno, percorrendo la strada che da Gerusalemme portava a Damasco per organizzare una repressione a danno dei cristiani fu avvolto da una luce e udì una voce: “Saulo, perché mi perseguiti?” Confuso dall'avvenimento vagò per tre giorni nella città siriana. Fu Anania, capo di una piccola comunità cristiana che, per ironia della sorte, lo condusse alla religione. Da quel momento Paolo mise via la spada e dedicò la propria vita alla teologia. Ora lo ricordiamo come San Paolo. Quel gesto che gli cambiò la vita fu forse rinnegare la coerenza con i suoi ideali di guerriero? Oppure in questo caso è più importante considerare la conversione?

“Mi spezzo, ma non mi piego” è una frase dal forte impatto, indica la volontà di mantenere fermamente fede alle proprie convinzioni, la coerenza ai propri principi, ha qualcosa di eroico, ma rifacendosi ad un esempio orientale è il giunco che vince la tempesta, piegandosi e ritornando dritto quando cessa. Chi perde nel confronto è la poderosa quercia che resta mutilata dei suoi rami.

Abbiamo detto che la coerenza è quanto meno un pregio, prendiamo un altro esempio: Hitler. Tutti conoscono il personaggio per la folle dottrina politica che ha portato allo sterminio di milioni di persone: ebrei, omosessuali, rom di varie etnie e senza distinzione di sesso e di età dottrina che ha difeso fino alla morte con estrema coerenza e su questo non v'è dubbio, ma possiamo considerarlo affidabile lo stesso? Oppure quella coerenza era funzionale solo alla follia? Come andrebbe valutata in questo caso se non come delirante fanatismo? Ma sempre di coerenza si tratta.

Di esempi da citare ce ne sarebbero a migliaia, il fatto che appare evidente è come spesso a delle parole, a dei concetti, si attribuiscano valori assoluti senza considerare, con una frase banale, che ogni medaglia ha il suo rovescio il dubbio che rimane è: quale confine segna il limite tra coerenza e fanatismo? Forse, se trovassimo questo limite ci sarebbero meno conflitti. Sarebbe interessante sentire il parere dei lettori

giovedì 6 marzo 2014

L'8 marzo è la ricorrenza di un massacro, come si può chiamarla festa della donna?

Le origini della festa della donna sono controverse, ma ricordano un rogo dove morirono 146 persone

Rosa_Luxemburg
Secondo alcuni le origini della festa delle donne che ora viene celebrata l'8 marzo risalgono al 1907 quando per la prima volta, durante la VII Conferenza dell'Internazionale Socialista, fu sollevata la questione femminista. L'idea di dedicare una giornata ai diritti delle donne fu di Rosa Luxemburg che convinse il Congresso a votare una risoluzione a favore del suffragio universale delle donne. All'inizio del secolo i socialisti, insieme al movimento operaio, celebrarono la giornata dedicate ai diritti delle donne e al suffragio universale in date molto diverse tra loro, ma la prima di cui si hanno conferme ufficiali è del 28 febbraio del 1909, ma ebbe solo carattere nazionale in quanto si svolse esclusivamente negli Stati Uniti.

Da qui l'idea di alcune delegate socialiste americane di proporre alla II Conferenza Internazionale delle donne, tenutasi nella Folkets Hus (la Casa del Popolo) di Copenaghen una giornata mondiale dedicata ai diritti delle donne. Quindi la prima vera “festa delle donne” a livello internazionale fu celebrata l'11 marzo del 1911 con numerose manifestazioni negli USA, in Germania, in Danimarca, in Austria e in Svizzera. In seguito, l'8 marzo del 1917, le donne di Pietroburgo scesero in piazza a fianco degli operai contro la guerra e la mancanza di scorte alimentari.

In Italia la festa delle donne fu introdotta per la prima volta nel secondo dopo guerra per volontà dell'UDI, Unione Donne Italiane a cui fu associata come simbolo l'ormai tradizionale mimosa (ricordiamo, per inciso, che l'8 marzo del 1972 durante la festa delle donne appunto, la manifestazione di Roma fu repressa dalla polizia con cariche violentissime ritenendo, in quel periodo di buio bigottismo, che i cartelloni a favore della legalizzazione dell'aborto e della liberazione omosessuale fossero un'offesa contro la morale)

Ma l'episodio che più è legato alla festa delle donne ha ben poco di festoso: New York, fabbrica di Triangle, 25 marzo 1911. Uno spaventoso incendio distrusse l'edificio dove persero la vita 146 operaie per lo più italiane e dell'est europeo, una tragedia che che scosse fortemente l'opinione pubblica americana e non solo e che ebbe ripercussioni sulla vita sociale e politica degli Stati Uniti tanto da portare al varo di nuove leggi atte a tutelare la sicurezza del lavoro dietro la forte pressione che esercitò la International Ladie's Garment Workers' Union, uno dei più importanti sindacati americani.

In realtà la festa delle donne nasce da un progetto politico del Movimento Socialista internazionale e non dal rogo di New York, ma da quel momento in poi iniziarono a circolare voci su un altro incendio, di cui per altro non ci sono prove, di una fabbrica di camicie avvenuto l8 marzo del 1908 a New York. Qualunque siano le vere origini di questa ricorrenza chiamarla festa mi sembra eccessivo, dovrebbe essere un momento di riflessione, magari non occasionale, per riflettere come ancora oggi le donne siano vittime di violenze e maltrattamenti
html>