giovedì 9 gennaio 2014

Storia di mare

Storia di mare

A vederla nel porto sembrava la più bella. Non era tanto grande, ma le sue forme aggraziate la rendevano maestosa fra tante regine del mare. Si dondolava pigramente legata al suo pontile con la prora dritta all'orizzonte. Pareva avesse il naso all'insù per annusare il profumo della brezza che portava aria di avventura. Uno scanzonato nocchiero camminava a passo lento lungo la banchina assorto in chissà quali pensieri e l'urlo dei gabbiani si univa al ritmico tintinnare degli stralli in una canzone che s'ode in tutti i porti. A un tratto il suo sguardo si fermò sulle sue forme leggiadre, ne rimase incuriosito e sempre col suo passo lento entrò nell'osteria per un bicchiere di rum. Non si soffermò tra i vecchi compagni marinai, ma si sedette solo davanti alla finestra ad osservare quella barca che l'aveva colpito. I suoi pensieri vagavano a casaccio, non aveva bisogno di tenerli a freno, perché il suo ingaggio era fra tre giorni avanti e si lasciava cullare così, al ritmo di quella carena.  Calmo e sereno attese il tramonto e quando si recò alla locanda ritrovò i vecchi amici. “Lupo che fai con quella faccia stralunata? Pare che tu abbia visto un fantasma!”. Li guardò sornione e non disse nulla e con la sua bottiglia andò nella stanza che aveva prenotato. “Che strano-pensava-non avevo mai visto una barca così. Sembra abbia una vita propria!”. E si addormentò sulla veranda senza nemmeno levarsi gli stivali. Non era ancora giorno quando si alzò. Gli era sempre piaciuto passeggiare in solitudine per ascoltare la risacca e per vedere i colori del cielo che prendevano forma, in fondo non amava troppo l'accecante mezzogiorno, troppo brusio di gente chiacchierona , preferiva le ore ammorbidite dal silenzio degli umani e a volte si domandava se appartenesse davvero a quella specie. Fu il guizzo di un pesce a distrarlo dai suoi pensieri assorti e si accorse di essere vicino a quella barca che lo aveva colpito. L'uomo non si meravigliò, ma tese la sua mano per accarezzarne la fiancata e ne ammirò la sua eleganza discreta. Si meravigliò del fatto che non ostentava la propria bellezza di fronte ai grandi bastimenti che la circondavano, anzi, tentava di apparire inosservata. Col solito passo lento andò verso una bitta li vicino ad ascoltare i suoni amici e a guardare l'orizzonte, ma non poteva trattenersi dal lanciare ogni tanto uno sguardo a quella barca. Ne lesse il nome inciso sulla poppa:  Piccola Volpe. “Che strano nome-pensò- per una barca” ed andò via. Preparativi, confusione, marinai sboccati e ancora ottusi dal fumo della sbronza trascorsa gli davano fastidio. Aveva un qualcosa nella testa che lo rendeva stranamente inquieto, ma finalmente venne la sera, una tiepida sera musicale e lui decise di
trascorrerla sul molo accanto alla sua Volpe. Una pacifica luna rischiarava la serata e il vecchio marinaio si trovò ancora una volta a navigare nell'oceano della fantasia, a un tratto tra quei pensieri vaganti uno si stagliò luminoso nella sua mente: voleva prendere il largo da tutto e da tutti, gli costasse l'impiccagione. Cosa gliene importava del resto di imbarcarsi su quel bastimento sgangherato? Sarebbe forse morto in un combattimento coi pirati per difendere un carico non suo o per una misera manciata di dobloni. No era il caso di seguire il cuore e senza pensarci troppo salì  a bordo di quella strana barca. Mollò gli ormeggi e tese una piccola vela a prua per prendere il largo. La cosa era fatta ormai e non poteva più tornare indietro! Uno strano senso di serenità gli riempiva l'anima e con tranquillità uscì finalmente dal porto.
Era ancora notte, il mare benevolo e le stelle danzavano intorno ad una luna amica. Quando fu lontano dalla costa dispiegò tutte le vele e decise la rotta: ovest. Gli piaceva l'idea di avere la propria ombra davanti a sé per giocare a
rincorrerla, era un gioco che faceva da bambino e ora che si sentiva libero nel vento gli era ritornato improvvisamente in mente. Intanto osservava meglio la sua barca: i lucidi ottoni, gli eleganti fregi che ornavano la tuga, la linea snella e slanciata della sua carena e la leggerezza con cui solcava le onde la facevano assomigliare ad una bella donna, e poi quel nome che lo aveva colpito: Piccola Volpe. Gli sembrava di averla avuta sempre in mente senza saperlo, ma ora che era a bordo lasciandosi portare sulle onde sentiva che avrebbe viaggiato bene insieme a lei e, per Nettuno, non aveva bisogno di nessun altro essere umano attorno. Fece un giro d'ispezione all'interno e si meravigliò  del fatto che sapeva esattamente dove stavano tutti gli oggetti, le cabine, le paratie, perfino le parti più nascoste come le sentine. Sapeva senza nemmeno cercarle dove erano riposte le vele di riserva, le scotte, gli strumenti di navigazione e tutto il resto. La sua sorpresa però fu grande quando aprì il diario di bordo: sulla prima pagina era disegnato a matita un lupo grigio.
Il resto della giornata trascorse tranquillo nelle normali attività di bordo e mentre regolava le scotte iniziò a parlare con lei come a una persona in carne ed ossa, con affetto e gentilezza informandola di quello che faceva: “Ora regolo un po' le scotte, piccola, se le senti troppo cazzate fammelo capire in qualche modo. In fondo io sono solo un nocchiero; sei tu che porti in viaggio la mia vita e non vorrei mancarti di rispetto. Del resto in questo sconfinato mare siamo solo io e te e dobbiamo andare d'accordo in armonia” forse fu a causa di un oda improvvisa, ma in quel momento la campana oscillò con un argentino tintinnio e durante tutta la giornata osservò che tutte le volte che si rivolgeva a lei quella campana tornava a tintinnare leggiadra. “Corpo di mille balene-pensò- Stai a vedere che m'innamoro di una barca!”. Arrivò la
sera e lui decise di trascorrere la notte in coperta visto che l'aria era tiepida e profumata di salsedine. Voleva tenerle compagnia e per passare il tempo decise di raccontarle una novella che gli aveva raccontato un vecchio lupo di mare.
Parlava dell'antico amore sfortunato tra il Sole e la Luna che il destino impediva di incontrarsi e che si potevano vedere soltanto da lontano rincorrendosi in eterno. Aveva accanto a sé una bottiglia di rum e preso un sorso ne versò un po' sulla coperta dicendo: “brindiamo insieme Piccola Volpe, al nostro viaggio e alla nostra amicizia e si addormentò sereno cullato dalle onde e dal suono degli spruzzi che accarezzavano i fianchi della sua bella. Dopo tanti anni un sorriso si distese sul suo viso bruciato dal sale. Trascorsero così diversi giorni di tranquilla navigazione. Piccola Volpe, civettuola, puntava la suo prora insolente verso ovest facendo tintinnare la sua campana ogni volta che il marinaio le parlava e quando voleva burlarsi di lui faceva vorticare velocemente la bussola per fargli perdere l'orientamento. “Che dio mi fulmini!-diceva il marinaio-Ora sono proprio convinto che tu abbia un anima! Dispettosa come una bambina! Ma ora ti aggiusto io!-aggiunse- Ti conduco in un porto di rozzi pescherecci e ti ci lascio li 15 giorni a vedere se poi non puzzi di pesce!” E scoppiò in una fragorosa risata che fece fuggire il cormorano appollaiato su un pennone. Tra l'uomo e la barca si stava creando un rapporto di simbiosi e pareva oramai che si muovessero nel blu come una cosa unica: il natante eseguiva eleganti manovre quasi spontaneamente e il marinaio sapeva sempre cosa lei desiderasse per la sua cura e manutenzione: la lavava e la lucidava con delicatezza stando sempre attento a non essere tropo ruvido: la voleva bella e splendente come il primo giorno che l'aveva vista. “Se tu potessi parlare-le disse un giorno- è l'unica cosa che ti manca per essere perfetta!”. “Lupo io so parlare” le rispose lei con voce gentile. A momenti il pover'uomo non stramazzò per terra! Si aggrappò alla battagliola e stropicciandosi gli occhi si guardò intorno in cerca di qualcuno! Eppure non aveva bevuto nemmeno un goccio di rum! Da dove veniva quella voce? “sei tu Piccola Volpe? Chiese con voce incerta. “Certo che sono io, zuccone che non sei altro. Chi vuoi che sia?”. ”Che mi venga un colpo!” esclamò il marinaio, “Tutto mi potevo aspettare tranne una nave parlante!”. “Era tanto che ti aspettavo, Lupo, ma tu eri troppo assorto nel tuo da fare e non ti eri mai accorto di me. Ero a Marsiglia e a Venezia, ero a Calais e sulle coste del Cile, ma tu mi sei sempre passato accanto senza accorgerti di me e ho continuato ad aspettarti per tutti questi anni, sapevo che prima o poi saresti salito a bordo”. “Perché? Cosa aspettavi da me?” “Io sono nata libera per vagare i sette mari, ma in tutti questi anni di attesa ho conosciuto solo uomini gretti che vedevano in me solo un guscio con cui traghettare anime e merci, come se fossi solo un mucchio di fasciame e manovre. Ho rischiato la mia vita per portarli sani in un porto sicuro, ma giunti che eravamo mi lasciavano lì, legata a una banchina, per andare a ubriacarsi, senza curarsi delle mie ferite, delle mie vele lacere e spossate, del sale che rodeva il legno della mia coperta. Avevo come amici solo i gabbiani e i pesci, ma anche loro cambiavano di porto in porto ed alla fine io restavo sempre sola”. “Ma dimmi -chiese il marinaio- come hai imparato a
parlare?”  “Devi sapere che il vecchio maestro d'ascia che mi costruì aveva perso in mare la figlia durante una tempesta, la sua nave si sfasciò sugli scogli ed egli si salvò miracolosamente, ma della ragazza si perse ogni traccia. Tornato che fu al suo villaggio decise di costruire una barca ancora più bella di quella perduta e si mise all'opera per mettermi sui flutti. Dicevano che il pover'uomo avesse perduto il senno, ma mentre lavorava al mio compimento parlava con me come se fossi una creatura. Fu lui che mi chiamò Piccola Volpe, così come affettuosamente chiamava la sua figlia. Mi trattava
come se fossi viva e ascoltando le sue dolci parole
piene di magia e di speranza imparai a parlare anche io. Un giorno mi disse che tutti in paese lo consideravano matto e mi chiese di promettergli che non avrei mai rivelato a nessuno la mia capacità di parlare se non quando avessi compreso che un solo uomo poteva capire senza meravigliarsi”“ Ma io cosa c'entro in tutto questo?” ti vidi un giorno al Cairo, camminavi sulla banchina col tuo sacco in spalla, eri sbarcato da un bastimento e mentre ti dirigevi al porto fosti fermato da un bambino. Era visibilmente povero e ti guardava con timore, non osava chiederti una moneta, ti toccò timidamente la cerata. Tu eri assorto in chissà quali pensieri e senza dire niente infilasti una mano in tasca e gli donasti una manciata di dobloni. Ti guardavo: pareva non esserti neanche accorto di averlo fatto e tirasti dritto per la tua strada, mentre il bimbo si guardava sbigottito tra le mani quel piccolo tesoro” “Perbacco -disse lui- non me lo ricordo”. “Lo so, sei sempre stato distratto per le cose terrene, per questo mi piacesti subito e capii che solo con te avrei potuto parlare dei miei sogni. Il mio costruttore mi disse pure che mi avrebbe svelato un grande segreto, ma ahimè, morì prima di poterlo fare e da quel giorno fui sola in balia del mio destino. Dimmi che non mi tradirai mai Lupo?!” “Giammai Piccola Volpe, ora che ti conosco meglio il mare non mi sembra nemmeno più tanto vasto e misterioso, sarà bello navigare insieme”. I giorni trascorsero sereni, il vento era favorevole e tutto sembrava andare per il meglio, ma il destino era in agguato! Un giorno, improvvisa, si scatenò una terribile tempesta. Gli alti marosi iniziarono a spazzare la coperta della nave colpendo violentemente le fiancate con una furia tale che pareva dovesse sfasciarle. Non bastò terzarolare le vele per contrastare la furia di quel vento inaspettato e il marinaio con grandi sforzi fu costretto ad ammainare quelle che rimanevano sane mentre la barca coraggiosamente decise di volgere la prua al vento per contrastare la spinta laterale delle onde. Solo un piccolo velaccino a proravia consentiva le manovre essenziali a governare. Uno schiocco sordo coprì improvviso l'ululare della tempesta, la nave prese a improvvisa ruotando su se stessa come impazzita ed il nocchiero si accorse  sbandare sbalordito che il timone non rispondeva ai suoi comandi. Come una furia scese giù in coperta per tentare di riparare il danno, ma la pala era già frantumata e in quelle condizioni non c'era verso di porre rimedio. Allora corse di nuovo su in coperta e lanciò in acqua un grosso secchio legato ad una cima nella speranza di dare stabilità alla nave, ma un onda più forte gliela strappo dalle
mani ed a momenti non lo spediva fuori bordo. L'orrore e la paura riempirono i suoi occhi: tra gli spruzzi dei marosi vide la costa frastagliata apparire improvvisa e a un tratto capì che tutto era perduto, né lui né Piccola Volpe potevano oramai far nulla! Era la fine! Neppure per un'istante pensò di calare in mare una scialuppa. Afferrò una solida cima e si legò all'albero di maestra. “mia Piccola Volpe -sussurrò- il mio destino è rimanerti accanto. Non lascerò il tuo spirito vagare solo nel vento. Sia quello che sia”. Un terribile rumore di assi sfasciate coprì per un momento la furia degli elementi, tutto si capovolse, non c'era più orizzonte né cielo né terra e a un tratto tutto si fece buio. Chissà quanto tempo era passato, un tiepido calore lo destò dal suo torpore. Era disteso su una spiaggia disseminata qua e là da qualche scoglio. Cos'era successo si domandò ancora confuso. Si toccò il corpo indolenzito, non aveva niente di rotto e quando le sue mani toccarono la cima che aveva ancora legata in vita ricordò tutto: la tempesta, il naufragio, la paura di non poter agire e subito si mise in piedi cercando affannosamente intorno a se i resti della sua sfortunata nave. Niente! Maledizione, niente! Mosse qualche passo barcollante cercando di orientarsi quando vide poco più in là un corpo disteso sulla sabbia. Corse verso quella direzione, incespicò, la bocca piena di rena. Si rialzò e corse ancora. Un corpo di donna. Respirava ancora. L'uomo la scosse e questa aprì gli occhi di un intenso color di mare e gli gettò le braccia al collo. “Lupo! -esclamò- e scoppiò in un pianto accorato- Lupo!” lui cadde in ginocchio: aveva già capito “Sei tu? -chiese con voce tremante- sei tu Piccola Volpe?” “Si mio comandante son io. Questo è il segreto che non potevo rivelare: sono la figlia del maestro d'ascia che sparì nei flutti e solo chi mi avesse amata contro il destino mi avrebbe ridato le  sembianze umane. Grazie!”. Un sole benevolo si chinò su di loro e si unì a quell'intenso abbraccio che li strinse a lungo. Poi i due si alzarono, si presero per mano e lentamente sparirono verso le dune. Ma questa è una favola, si sa, la vita è molto più crudele.

Fine

27 agosto 2010. dedicata all'unico grande amore conosciuto
html>